Le incisioni di Rembrandt

Ieri ho visitato la casa di Rembrandt ad Amsterdam e ho avuto la fortuna di poter seguire una dimostrazione di come il maestro eseguiva le sue incisioni.

Questo è il risultato del processo e la lastra di rame ancora sporca di inchiostro.


Questo è l’originale di Rembrandt. E’ un autoritratto del 1636, con sua moglie Saskia. Dipinse se stesso guardandosi ad uno specchio. A suo fianco la moglie Saskia. La figura della donna sembra incisa per prima, come dimostrano i segni degli indumenti che continuano sotto la figura di Rembrandt.


Lens: Helga Viking
Film: Pistil
Flash: Off

La tecnica chimica dell’incisione all’acquaforte venne sviluppata nel Medioevo dagli armaioli arabi per la decorazione delle armi, e fiorì alla fine del XV secolo nel sud della Germania, dove vennero prodotte le prime stampe su carta. Nella prima metà del XVII secolo furono gli artisti olandesi a sperimentare questa tecnica. Essi erano alla ricerca di maggiori tonalità per regalare più sfumature alle loro stampe di paesaggi oppure tentavano di riprodurre un effetto “pittorico”, stampando su carta o tela colorata e ravvivando in seguito i colori delle stampe con un pennello. 
E’ probabile che Rembrandt abbia seguito con molto interesse questi sviluppi, poiché portò tale tecnica agli estremi più di quanto non avessero fatto i suoi predecessori. Nelle sue mani, l’acquaforte divenne un mezzo espressivo maturo a cui si dedicò più volte nel corso della sua vita. Il risultato fu un “corpus” composto da circa 290 incisioni, tutte aventi un indiscusso valore artistico. Il modo magistrale in cui Rembrandt impiegava la puntasecca, e il caratteristico nero profondo di molte delle sue incisioni erano famosi già ai suoi tempi, e i lavori dell’artista olandese erano molto ricercati tra i numerosi collezionisti di stampe dell’epoca.
L’acquaforte ha come matrice una sottile lastra di rame. La lastra viene ricoperta con una vernice resistente all’acido nota come “vernice all’asfalto”: si tratta appunto di un composto di asfalto, resina e cera. L’immagine viene incisa su questo strato sottile per mezzo di uno strumento appuntito, in modo da lasciare il rame scoperto. Rembrandt utilizzava una vernice piuttosto morbida e pastosa di sua invenzione, che gli permetteva di tracciare il disegno in modo più libero, quasi si trattasse di uno schizzo preliminare. Il più delle volte disegnava direttamente sulla lastra, e nonostante effettuasse spesso degli studi preliminari su carta, questi venivano utilizzati solo come bozze.
Dopo la prima fase, la lastra viene immersa in un bagno di acido diluito. In questo modo le parti non protette dalla vernice all’asfalto – in altre parole, il disegno stesso – vengono intaccate dall’acido, e si producono dei solchi nel metallo. Da bagni più o meno prolungati risultano solchi più o meno profondi. Rembrandt impiegava una soluzione diluita di acido cloridrico, che agiva lentamente e non rovinava i tratti più sottili.
A questo punto la vernice all’asfalto viene rimossa, e la lastra viene inchiostrata con un tampone o un nastro. Un foglio di carta umido viene adagiato sulla lastra ed entrambi vengono passati sotto una pressa: la carta assorbe l’inchiostro, e su di essa si riproduce l’immagine rovesciata dell’incisione. Nella stampa finale risultano più scuri i tratti che sono stati incisi più a fondo, e che hanno dunque trattenuto una maggiore quantità di inchiostro. Vi sono tuttavia altri modi per produrre una variazione nella densità dei tratti: il più comune è quello di rifinire il disegno direttamente sulla lastra di rame, utilizzando puntasecca e bulino. La puntasecca è uno strumento per incisioni con una punta abbastanza robusta da consentire l’incisione del metallo: passando sul rame, esso produce delle lingue di metallo, dette “barbe”, che contribuiscono a trattenere l’inchiostro al momento della pulitura finale e rendono le linee d’incisione lievemente irregolari. Le prime lastre prodotte da Rembrandt furono delle vere acqueforti, realizzate senza ricorrere alla puntasecca che egli utilizzava solo occasionalmente per piccole aggiunte o correzioni. Intorno al 1640, invece, l’artista olandese iniziò a interessarsi agli effetti pittorici ottenibili grazie al tratto “morbido” prodotto dalla puntasecca.

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